Itinerario di 10 giorni a Bali e Isole Gili

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Bali è stato per anni e anni il viaggio dei miei sogni. Non mi ricordo più da dove mi arriva questa voglia di visitare Bali, forse dal libro Mangia prega e ama di Elisabeth Gilbert, nel quale la protagonista e autrice, scrittrice e giornalista americana, si prende un anno per rimettersi nei binari della sua vita dopo un brutto divorzio. Inizia da Roma, dove si abbandona ai piaceri della cucina mediterranea, prima di ritirarsi per qualche mese in un ashram in India a meditare, per finire a Bali, dove riscopre se stessa e l’amore.

Il libro mi è piaciuto molto, molto meno il film che da un’immagine molto stereotipata dei paesi dove è ambientato. Riguardo a Bali, nel libro mi ha sempre affascinato il fatto che la protagonista fosse andata a Bali per il suo lavoro di giornalista e che le fosse piaciuto tanto da pensare di fermarsi qualche mese anni dopo. Che avesse pensato: in questo luogo mi sento me stessa, in pace.

Nel film americano si vede una Julia Roberts intenta a sfrecciare in bicicletta per le strade di Ubud e nei dintorni. Già mi immaginavo a pedalare tra risaie, magari anche con un vestitino di lino bianco e un raggio di sole tra i capelli.

Falso, falsissimo! Non sarei andata in giro per le strade di Bali. Ci è voluto poco per capirlo, qualche minuto. Appena atterrati all’aeroporto Denpasar, dopo aver affrontato una lunga coda al controllo passaporti, Niklas e io decidiamo di dividerci un attimo, lui per andare incontro all’autista che ci era gentilmente venuto a prendere dall’hotel e che aspettava chissà da quanto (vedi fila controlli), io per prelevare in valuta locale e fare in velocità una sim card balinese.

Ci vuole poco a notare l’enorme differenza con la Thailandia o la Malesia, dove durante le nostre settimane di permanenza, non eravamo mai stati trattati come turisti da spennare. I silenziosi cenni del capo thai sembravano ormai un lontano ricordo. I balinesi non sembravano poi così silenziosi e spirituali. Già in aeroporto, anche se sempre con un grande sorriso sulle labbra, ho dovuto farmi strada tra parecchi: “Taxi per Ubud?” e almeno 15 diverse proposte di tariffe di telefonia mobile. Appena usciti, dopo aver oltrepassato un gruppo di insistenti tassisti “Taxi per Ubud, madame!” siamo saliti in macchina con Wayan, l’autista che ci ha portati fino all’alloggio. Per percorrere i 37 km che dividono Ubud dall’ Aeroporto Internazionale Ngurah Rai ci abbiamo messo più di due ore e mezza, forse tre. Un lasso di tempo indefinito, tra stradine in salita e discesa e un traffico pazzesco di auto e motorini. Perché a Bali non ci sono marciapiedi, nessuno va a piedi o in bici, e c’è solo una strada che porta da A a B. Wayan, che per meno di 20 € era partito alla mattina dall’hotel per venirci a prendere, e aveva aspettato pazientemente all’aeroporto, ora sedeva in macchina tranquillissimo. Che in qualsiasi parte d’Europa, in qualsiasi città, a chiunque sarebbe partito un embolo nel traffico. Ma non a Wayan, il quale ci assicura sorridendo e canticchiando a ritmo di Gamelan, la musica tipica balinese, che questo traffico è normalissimo, così è Bali. All’inizio ci aveva anche chiesto se volessimo fare una pausa a meta viaggio per ristorarci un po’, ora ne capivamo il motivo.

Nonostante il traffico e la prima impressione di Bali, il mio umore non era scalfito nemmeno di un po’. Anzi, io che di solito soffro la macchina per fare duecento metri in pianura, sedevo tranquilla sul retro di questo minivan a guardare fuori dal finestrino. Stavo benissimo anche se non bevevo acqua da ore e non avevo nemmeno pranzato (non ce l’avevo proprio fatta a mandare giù la sbobba vegetariana di Air Asia, sull’aereo da Kuala Lumpur a Bali, dopo la prima forchettata che mi ha mandato a fuoco l’apparato digerente). Niklas ha anche ipotizzato che il mio mal d’auto fosse magicamente guarito, e per un po’ me ne sono convinta anche io (è tornato). Nemmeno una volta, mai, a Bali mi sono sentita di cattivo umore. Non durante il viaggio nel traffico pazzo, non quando siamo arrivati al resort che ormai era buio e camminando fra le rane, scortandoci con una candela perché quella sera l’elettricità non funzionava, ci hanno mostrato la nostra camera, bellissima ma piena di insetti sul pavimento. Non me la sono sentita di dire niente, dal momento che l’impiegato sembrava considerare le farfalline agonizzanti normali, camminandoci sopra serafico a piedi scalzi. Non ho perso la positività nemmeno quando ho fatto in velocità una doccia ghiacciata in giardino, o quando il giorno dopo alle risaie eravamo bagnati dalla testa ai piedi dopo 5 minuti per l’umidità. Avevo realizzato il mio sogno: eravamo a Bali!

L’isola degli dei era stupenda. Eravamo dall’altra parte del mondo, nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, nel mezzo di una fitta vegetazione tropicale. Dopo una deliziosa cenetta a base di frutta, abbiamo appeso la nostra zanzariera e abbiamo dormito tranquilli fra il gracchiare di rane e rospi.

Prima tappa: 3 notti a Ubud

La mattina ci siamo risvegliati in un sogno ad occhi aperti. Avevamo prenotato in un resort composto da diversi cottage, il Taman Bebek. Il nostro non aveva vista sulla vallata, ma dalla piscina si poteva ammirare un paesaggio che probabilmente non mi capiterà più di rivedere. Il resort altro non era che l’insieme di cinque o sei casette, immerse nella giungla, ai confini di Ubud nel villaggio di Sayan, che si sviluppa sulle rive del fiume Agung.

Questo posto è magico, verde e solo verde, immerso completamente nella quiete e nella natura. Anche la camera era bellissima, in stile balinese, con il bagno all’aperto. Ovviamente richiede un minimo di spirito di adattamento, perché non è una struttura moderna, ma la colazione di succosa frutta fresca e caffè balinese e la vista sulla vallata valevano assolutamente la pena.

Ad Ubud abbiamo trascorso tre giorni fantastici. Ci siamo svegliati al fresco tra i suoni della natura, abbiamo visitato un villaggio con una guida turistica che ci ha portati a casa sua a prendere il caffè con sua mamma, siamo anche incappati in qualche trappola turistica. Abbiamo visitato le risaie e i templi, indossando i sarong colorati. Abbiamo passeggiato tra le vie della città, siamo stati seduti su traballanti sedie per uno spettacolo di Gamelan alquanto inquietante. Per più dettagli sulla città ho scritto un post: cosa fare in 3 giorni a Ubud.

La Bali meno turistica: la costa di Amed

Da Ubud ci siamo spostati ad Amed, sulla costa est, dove abbiamo trascorso quattro notti. È molto comodo spostarsi con un driver organizzato dall’hotel, e così abbiamo fatto. La scelta più ovvia per fare mare a Bali è a Kuta, Semiyniak o Canngu. Infatti tutti i balinesi con i quali abbiamo parlato erano stupiti della scelta di visitare Amed. Tutti dicevano: “Oh, Amed, is very quiet.” Amed è molto tranquilla è vero, e si nota più che in altre località che c’è una Bali per turisti e una per i locali. Ma è stata perfetta per stare qualche giorno in relax, fare snorkeling e visitare alcuni templi molto famosi a Bali. Abbiamo anche partecipato ad una lezione di yoga in spiaggia all’alba e abbiamo provato il tipico massaggio balinese.

Trovate tutto il racconto sul post che riguarda Amed e la costa.

Due giorni alle isole Gili

Isole Gili: andarci sì o no? Nei mesi che hanno preceduto la partenza le avevo escluse a causa dello tsunami. Il piano iniziale, come avevo scritto anche nell’itinerario del Sud-est asiatico, era di finire con Canngu, una meta amata dai surfisti e alla moda. Una volta a Bali ci siamo decisi a trascorrere due notti alle Isole Gili, che si trovano a meno di un’ora di barca da Amed. Abbiamo dormito a Gili Trawangan e fatto snorkeling con le tartarughe marine, quindi ne è valsa indubbiamente la pena. Le isole Gili sono un mondo a parte, selvagge e rilassate.

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Dopo due notti trascorse alle Isole Gili, siamo rientrati a Bali e abbiamo trascorso l’ultima notta in una incredibilmente affollata Kuta prima di prendere l’aereo per il ritorno.

A Bali tutto è relativo

A Bali tutto è relativo, tutto. Tanti balinesi mi hanno parlato di Gili Trawangan come di una party island. Beh, c’erano una manciata di bar e locali e poi la tranquillità più assoluta. Avevo sentito parlare di spiagge affollate che manco la Liguria in agosto e c’erano tre persone in croce. Ma non so, forse siamo stati fortunati.

Le distanze sono relative. Quando abbiamo detto a Wayan che dall’Italia alla Germania c’erano circa 1000 km di distanza, lui pensieroso ha detto “Eh, lontano, sette giorni in macchina”. In teoria si può far base in un posto e girare l’isola da lì, in pratica bisogna pensarci.

A Bali è possibile girare in motorino, ma non è come le isole in Thailandia. Lo consiglierei solo se si è esperti, le strade sono strette, trafficate, in salita e discesa. C’è una Bali per i turisti e una Bali per i balinesi.

Questo posto mi ha lasciato tantissime sensazioni addosso, tutte positive. Un po’ diverso da come l’avevo immaginato, ma non mi ha deluso nemmeno un po’.

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2 Comments

  1. Ciao Denise, molto bello il tuo racconto su Bali. Noi stavamo pensando di andarci per una vacanza di una decina di giorni a luglio. Tu in quale periodo sei stata? Ti sei appoggiata a qualche agenzia locale per organizzare, ad esempio lo spostamento a Gili? Secondo te quale può essere il punto migliore per soggiornare sull’isola di Bali in modo da essere a una distanza ragionevole dalle cose da vedere ma non essere troppo nella folla?
    Grazie

    1. Noi ci siamo spostati, tre notti a Ubud e il resto ad Amed. Dipende da come volete spostarvi, se noleggiate il motorino o se prendete sempre la guida. Ubud è molto centrale per vedere i templi però se volete anche il mare potrebbe essere meglio una punto sulla costa.

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