3 giorni a Ubud, Bali

3giorni_Ubud
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I nostro viaggio nel Sud-est asiatico continua con l’isola degli dei. La prima tappa del nostro viaggio a Bali è Ubud, il piccolo cuore culturale dell’isola degli dei, immerso tra palme e risaie. Quando stavo organizzando il viaggio e decidendo dove dormire, mi è stato chiaro fin da subito che volevo provare l’esperienza di stare qualche giorno a Ubud.

Dove dormire a Ubud

A Ubud non ci sono problemi per trovare una sistemazione. Tra guest house, hotel, resort e case private ce n’è per tutti i gusti. Dopo una lunga indecisione ho prenotato su Airbnb un alloggio bellissimo, un cottage un po’ fuori dal cuore pulsante della città, che godeva, dal giardino comune, della stessa vista del ben più caro Four Season. Sarei rimasta immersa in quella vegetazione un po’ selvaggia senza far niente per giorni e giorni, ma c’erano i templi da visitare! Ho dormito benissimo cullata dai suoni della natura: il gracchiare delle rane, i galli, i gechi che cantavano…Niklas invece non ha chiuso occhio, proprio per questi stessi motivi! 🙂

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La mattina ci siamo risvegliati in un sogno ad occhi aperti. Il resort altro non era che l’insieme di cinque o sei casette, immerse nella giungla, ai confini di Ubud nel villaggio di Sayan, che si sviluppa sulle rive del fiume Agung.

Cosa vedere a Ubud e dintorni

Ad Ubud abbiamo trascorso tre giorni fantastici. Ci siamo svegliati al fresco tra i suoni della natura, abbiamo visitato un villaggio con una guida turistica che ci ha portati a casa sua a prendere il caffè con sua mamma, mentre i suoi vicini di casa trascinavano un maiale morto in giardino, per il pranzo di un matrimonio nel vicinato. Abbiamo visitato le risaie e i templi, indossando i tradizionali sarong colorati. Abbiamo passeggiato tra le vie della città, mangiato in ristoranti per turisti e assaggiato anche la banana fritta dei warung. Abbiamo anche scoperto subito che esiste la Bali dei turisti, quella dei bar alla moda con gli smoothies all’avocado, i servizi all’occidentale, e la Bali dei balinesi, quella dei warung in strada, delle case senza pareti, dei motorini con mamma e quattro bambini che sfrecciano per le stradine.

Abbiamo passeggiato nei mercatini locali e la sera siamo stati seduti a lungo su traballanti sedie per uno spettacolo di Gamelan, la danza e musica tipica balinese, che proseguiva in un crescendo di inquietudine.

Il consiglio migliore per Bali è: non pianificare troppo. Leggere la guida prima di partire e decidere cosa fare va benissimo, ma poi le cose andranno in un altro modo. A Bali bisogna sapersi adattare e trovare alternative. Il primo giorno, ad esempio, avremmo dovuto fare un piacevole trekking che dalla collina ci avrebbe portati al fiume. Secondo la Lonely Planet sarebbe stato semplicissimo seguire il sentiero e scendere fino a valle, ma in pratica è stato impossibile. Una forte pioggia, chissà da quanto tempo, aveva causato danni e distrutto il sentiero.

Anche andare a piedi da Sayan a Ubud, cosa che la guida descrive come una piacevole passeggiata, era abbastanza infattibile. Insomma, prima di arrivare sul posto è difficile farsi piani, ma tutto è andato a gonfie vele decidendo giorno per giorno. Trovare una guida in grado di portarci nei vari punti d’interesse è stata la cosa più semplice e conveniente per noi.

Abbiamo ovviamente visto le risaie di Tegallalang, che ho trovato meravigliose, anche se sono diventate più una trappola per turisti che una coltivazione di riso. Ogni cinque metri è stata infatti montata un’altalena che affaccia sulla giungla, dove a caro prezzo è possibile scattarsi foto altamente instagrammabili (tentazione alla quale, incredibile ma vero, ho resistito). Quel giorno avevo indossato i jeans comprati a Kuala Lumpur, pensando di proteggermi le gambe dalle zanzare. Dopo venti minuti erano completamente incollati e ho capito perché i balinesi usano i loro amati sarong! Non mi è restato altro da fare che comprare un paio di pantaloncini fatti all’ uncinetto da una signora ad una bottega, e cambiarmi sul retro, tra gli sguardi interrogativi delle sue bambine. È stato divertente perché mi aveva proposto un prezzo altissimo per Bali, qualcosa come venti euro, e sul momento confusa anche dalla valuta e accaldata avevo risposto di sì. Al che lei invece che incassare le milioni di rupie per la sua creazione, mi risponde stupita e con un sorriso dolcissimo, ma nooo madame! Guardi che può contrattare! Facciamo la metà del prezzo! Così sono i balinesi, hanno un cuore grande.

Oltre alle risaie abbiamo anche visitato alcuni templi. Quello che mi ha colpito di più è stato il tempio dell’acqua di Tirta Empul ed il Gunung Kawi.

Il primo è un tempio dove sono presenti delle vasche con acqua sacra “che esce dalla terra” come ci ha spiegato la guida, in grado di purificarti se ci si bagna la testa. Noi ci siamo limitati a guardare ma è possibile immergersi indossando un apposito Sarong.

Il Gunung Kawi è invece composto da antiche rovine, disseminate in una valle lussureggiante tra campi e risaie. Bali è sicura, ma non mancano i pericoli. Da un banale incidente in motorino a serpenti, scimmie e cani che potrebbero avere la rabbia o insetti. Non ho avuto problemi ma, in ogni caso, è meglio non partire senza un’assicurazione! Noi ci siamo affidati a World Nomads, a questo link trovate uno sconto.

L’esperienza più bella a Ubud

Con Wayan, la guida che collaborava con l’hotel, abbiamo fatto un’escursione nelle risaie e tra le piantagioni di caffè, attraversando il villaggio dove vive con sua moglie. Siamo andati con lui a casa dei suoi genitori, dove sua mamma ci ha preparato un caffè balinese di quelli che dopo una sorsata hai la tachicardia a mille. A ripensarci a posteriori, è stata proprio questa l’esperienza più interessante del viaggio.

Mentre passeggiavamo, la nostra guida, che con questo lavoro di portare i turisti dove abita, ha costruito case di muratura a tutta la sua famiglia, era molto interessato a conoscere dettagli nostre vite. Ad esempio, quanto lontano vivevamo dai nostri genitori? Eravamo credenti? A colazione cosa mangiavamo? Dopo averci detto che lui mangiava banane fritte, ha buttato lì casualmente di stare attenti a certi serpenti verdi che si nascondono nell’erba, e che suo cognato era morto proprio così. Giusto per farci stare tranquilli, insomma.

Wayan ci ha fatto vedere la sua casa. Una sorta di palafitta sulla terra ferma, senza pareti. Ma non pensate ad una catapecchia. Il salotto era completamente ammobiliato, con tanto di divano e tv e figlio adolescente che non si è degnato di salutarci. Il tetto tutto in mosaico. Semplicemente era senza pareti perché, come ci ha confermato Wayan, fa sempre 30 gradi, perché mai servirebbero le pareti? Se i muri sono un optional, non lo è però il tempio personale che possiede quasi ogni famiglia, al quale vengono fatte offerte ogni giorno, intrecci complicatissimi di foglie di banano, che richiedono ore e ore. Per ringraziare gli dei, che se si arrabbiano, succedono i terremoti, il monte Agung erutta, o arriva uno Tsunami dal mare. E in quel caso, a cosa servono le pareti?

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