Di coppie miste e di lingue inventate

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Di dove siete? Ci fanno spesso questa domanda, sentendoci parlare in un inglese italo tedesco. Spesso mi chiedono: In che lingua parlate? A volte dico: Ah, per il momento inglese. Oppure: Stiamo provando con l’italiano e il tedesco. In aramaico. La verità è che parliamo una lingua che stiamo inventando con il tempo e a forza di doverci capire, e che siamo diventati campioni di definizioni girando attorno alle parole utilissime quando si comunica in inglese, e in quel momento non ci si ricorda (o non si è mai saputo) come si dice cacciavite, padella antiaderente, spremi agrumi, o una qualsiasi di quelle cose che usiamo tutti i giorni. Quei vocaboli che in otto anni di inglese a scuola, più altri corsi all’università, non viene in mente a nessuno mai, nemmeno per scherzo, di nominare, perché si sa, l’inglese si studia a scuola, ma mica per poi metterlo veramente in pratica!

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Imparare una lingua straniera: la fase della libertà

la fase della libertà

La fase della libertà

Germania. Sono al parco, stesa a pancia in su, con lo sguardo rivolto alle nuvole che si muovono in cielo. Agli aerei che passano sopra di me, appena decollati o in procinto di atterrare. Chissà. Carichi di passeggeri. Immagino il rumore del motore, il brusio di centinaia di persone che parlano tutte una lingua diversa.

Attorno a me sento suoni incomprensibili, una lingua sconosciuta. Distrattamente penso tedesco, ma forse è turco.

C’è una libertà particolare, una libertà che mi ha colpita da quando vivo in un paese che parla una lingua diversa dalla mia. E’ la libertà di ascoltare voci altrui e perdersi nei propri pensieri, immaginare il significato di parole sconosciute, pensare a quanto certi suoni, certe parole, suonino strane, al mio orecchio abituato ai suoni di una lingua latina. Non mi è mai successo con lo spagnolo, troppo simile all’italiano per non captare almeno qualche parola. Nemmeno con l’inglese, studiato per tanti anni a scuola.

Ma quando sono arrivata in Germania si. Come nei più accurati stereotipi degli italiani che vanno all’estero, sapevo dire appena poche parole, e mi vergognavo a farlo. Quelle sillabe suonavano disarticolate, le parole goffe e scomposte, così preferivo tacere. Parlare un’altra lingua, ma non quella. Per quanto a lungo quel momento si possa evitare, ad un certo punto le parole escono lo stesso, dopo mesi di ascolto un po’ attento, un po’ distratto, a metà tra l’interessamento e la chiusura verso il nuovo.

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