Attacchi di panico: la mia esperienza all’estero

Tornare “da turista” nella città del mio erasmus è stata un’esperienza strana. Avevo voglia di tornare a Valencia, ma anche paura. Questa città, che ha fatto da sfondo a tante avventure e cambiamenti nella mia vita, aveva assunto nei miei ricordi quasi le caratteristiche di un non-luogo, una sorta di aeroporto, in cui sono tornata varie volte, dove ho vissuto le stesse esperienze, ma sempre con persone diverse, di passaggio. E di passaggio, sono sempre stata anche io.

Quel club in Ruzafa, dove sono stata anni fa con gli amici di quei tempi, e dove sono tornata poi, con altre persone, dove abbiamo ballato le stesse canzoni di tre anni fa. Cosa è cambiato? Io.

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Quei chilometri che ci dividono

 

Ho scritto tante parole, ne ho cancellate molte di più. Ho cancellato tutte le parole che ho scritto, perché una volta scritte sembravano perdere del loro significato.

Che significato c’è dietro la parola chilometri? A me vengono in mente tutti i chilometri che mi dividono dalle persone care.

Quei chilometri che.

Chilometri che sono inevitabili, che è giusto così, ma a volte è difficile.

Se cresci in provincia, in Italia, soprattutto al nord, sei abituato al fatto che tutti i componenti della tua famiglia vivano al massimo a dieci chilometri di distanza, tutti i tuoi amici anche. E in Italia, diversamente da altri paesi, abbiamo anche l’abitudine di frequentare un’università vicino a casa.

Ma nel mentre il mondo è lentamente, velocemente cambiato. Noi siamo cambiati, e chi non è cambiato forse cambierà. Le persone cambiano, e anche in fretta. Sembra strano, essere fossilizzati per anni e poi all’improvviso diventare fluidi, mobili.

Siamo andati in erasmus, e lo volevamo tanto. Non ci ricordiamo nemmeno perché, ma quando abbiamo visto i nostri nomi in graduatoria la felicità riempiva ogni cosa. Riempiva i mesi a seguire, quelli prima della partenza. Non parlavamo d’altro. E al ritorno continuavamo a non parlare di nient’altro, e ci chiedevamo sconfortati perché i nostri amici che non l’avevano fatto, questo benedetto erasmus, non ci chiedessero più dettagli. Anzi, perchè non ci andassero loro stessi?

Parlavamo sempre di “andare in erasmus” come se significasse andare in un posto, fare qualcosa di specifico. In realtà questo mitico erasmus, oltre all’ossessione di milioni di studenti, altro non è che una borsa di studio, anche abbastanza misera alla fine.

Duecentotrentaeuro.

Eppure a noi sembrava di aver vinto la lotteria. Non ci importava di dividere la cucina con dodici persone, di dormire con il materasso per terra, di condividere un’appartamento con altri sei studenti.

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Erasmus e cambiamenti a tempo determinato

Quando si parte per l’erasmus, o per unesperienza allestero, si esce dalla propria cerchia di conoscenze per venire a contatto con persone provenienti da tutto il mondo. Cè chi anche allestero preferisce fare amicizia con connazionali, e chi invece afferma di voler conoscere solo persone del luogo per imparare la lingua.

Quello che capita più spesso, invece, è di conoscere un mix di persone di passaggio, erasmus, studenti, lavoratori stagionali, viaggiatori. Conoscere persone di passaggio, invece che locali, ha un che di rassicurante, perché rafforza l’idea che l’ esperienza che si sta vivendo sia temporanea.

L’erasmus, o un’esperienza all’estero, è un cambiamento a tempo determinato, un cambiamento che si prende a cuor leggero e con entusiasmo perché si sa già che dopo sei mesi, o un anno, si farà ritorno a casa.

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