Quei chilometri che ci dividono

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Ho scritto tante parole, ne ho cancellate molte di più. Ho cancellato tutte le parole che ho scritto, perché una volta scritte sembravano perdere del loro significato.

Che significato c’è dietro la parola chilometri? A me vengono in mente tutti i chilometri che mi dividono dalle persone care.

Quei chilometri che.

Chilometri che sono inevitabili, che è giusto così, ma a volte è difficile.

Se cresci in provincia, in Italia, soprattutto al nord, sei abituato al fatto che tutti i componenti della tua famiglia vivano al massimo a dieci chilometri di distanza, tutti i tuoi amici anche. E in Italia, diversamente da altri paesi, abbiamo anche l’abitudine di frequentare un’università vicino a casa.

Ma nel mentre il mondo è lentamente, velocemente cambiato. Noi siamo cambiati, e chi non è cambiato forse cambierà. Le persone cambiano, e anche in fretta. Sembra strano, essere fossilizzati per anni e poi all’improvviso diventare fluidi, mobili.

Siamo andati in erasmus, e lo volevamo tanto. Non ci ricordiamo nemmeno perché, ma quando abbiamo visto i nostri nomi in graduatoria la felicità riempiva ogni cosa. Riempiva i mesi a seguire, quelli prima della partenza. Non parlavamo d’altro. E al ritorno continuavamo a non parlare di nient’altro, e ci chiedevamo sconfortati perché i nostri amici che non l’avevano fatto, questo benedetto erasmus, non ci chiedessero più dettagli. Anzi, perchè non ci andassero loro stessi?

Parlavamo sempre di “andare in erasmus” come se significasse andare in un posto, fare qualcosa di specifico. In realtà questo mitico erasmus, oltre all’ossessione di milioni di studenti, altro non è che una borsa di studio, anche abbastanza misera alla fine.

Duecentotrentaeuro.

Eppure a noi sembrava di aver vinto la lotteria. Non ci importava di dividere la cucina con dodici persone, di dormire con il materasso per terra, di condividere un’appartamento con altri sei studenti.

Eravamo in erasmus! Questo luogo mitologico, che esiste solo per al massimo 10 mesi, che porta tanta felicità e alla fine tanta nostalgia e, perchè no, anche un po’ di sana depressione post erasmus. Questo luogo immaginario che può essere in Spagna, in Estonia, in UK, in Germania, un po’ ovunque, in Europa.

E dopo? Possiamo davvero tornare alle nostre vite di sempre? Oppure, dopo che i confini sono saltati, dopo che la nazionalità, la provenienza sono diventati solo qualcosa con cui ci presentiamo, qualcosa per far capire un po’ di noi, per dire da dove veniamo, possiamo davvero tornare ad essere quelli che eravamo prima?

Sicuramente no. E anche quando lo facciamo, siamo noi ad essere cambiati.

Alcuni trascorreranno anni a viaggiare, altri, si sposeranno e metteranno su famiglia. Altri ancora troveranno un bel lavoro, magari grazie anche a quella lingua in più imparata durante qualche esperienza all’estero.

Spesso ci saranno tanti chilometri in mezzo. Chilometri fra noi e la persona amata.

Oppure chilometri fra noi e la nostra famiglia.

Chilometri fra noi e i nostri amici, ora sparsi per il mondo.

O ancora chilometri fra noi e il nostro lavoro.

A volte è difficile, sopratutto all’inizio, ma quello che fanno, questi chilometri, è renderci più forti. Ci fanno capire quali sono le cose essenziali della nostra vita, eliminare il superfluo. E ci fanno sentire molto più vicini alle persone che ci stanno davvero a cuore.

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2 Comments

  1. Bellissime parole. Meno male non le hai cancellate.
    La parola chilometri credo scandisca bene la mia vita. Tra viaggi, spostamenti, affetti lontani, ho percorso tanti di quei chilometri che quei viaggi sono sempre ben impressi nella mia memoria. Io poi, che vivo in un’isola in cui i confini sono non ben delineati, sono super delineati, ho considerato ogni partenza come un’evasione da una prigione che amavo ed odiavo allo stesso tempo e forse, ogni viaggio mi ha aperto di più gli occhi sul mondo ma ha anche rafforzato l’amore per quella prigione.

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