Due anni in Germania: cos’è cambiato nella mia vita

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Sono ormai passati due anni, dal mio trasferimento in Germania. Anzi di più: due anni e due mesi, e infatti sono due mesi esatti che ho questo post in bozze e non mi decido a finirlo, indecisa, se fare un post personale dove lasciare i pensieri scorrere a ruota libera, o se fare un punto della situazione oggettivo. Alla fine ho deciso di lasciare scorrere i pensieri.

Cosa è cambiato nella mia vita? Non esagero se dico tutto. L’anno scorso, avevo scritto un post simile, un resoconto del mio primo anno in Germania. Il primo anno non è stato una passeggiata, è stato costellato di difficoltà, soprattutto linguistiche. Ma se ne esce, questa è la buona notizia, e poi tutto migliora.

Due anni fa, in questo periodo, ero ad una festa, e non riuscivo a spiccicare parola. Mi limitavo a sorridere imbarazzata. L’anno scorso, stesso periodo, stessa festa, potevo parlare di più. Facendo chissà quanti errori, ma riuscivo a farmi capire. E quest’anno, sono riuscita a parlare normalmente, ricevendo tantissimi complimenti su come sia migliorato il mio tedesco. Anche se è migliorato, non è ancora perfetto, scrivere queste complicate parole piene di consonanti è ancora difficile per me. Però ora sono più ottimista.

Qualche giorno fa sono uscita a mangiare con delle amiche. Per ragioni di affinità, credo, faccio amicizia sempre con altri stranieri, studenti Erasmus, gente che si è trasferita per lavorare. Un’amica spagnola, che stava sicuramente attraversando una delle fase pessimistiche tipiche dei primi tempi, mi ha detto qualcosa del tipo: non so tu come fai ad essere sempre così allegra e positiva! Mi stavo per soffocare con la polpetta libanese di ceci e melanzane che stavo mangiando!

Le ho raccontato di tutti i momenti che ho avuto, quando ero stata ad un solo passo dal fare le valigie e tornarmene in Italia, e di quando le valigie le avevo fatte veramente, e poi disfatte. Che ci avevo messo dentro anche le calamite con i nomi delle località turistiche, quelle che avevo attaccato al frigo. Che è difficile davvero vivere all’estero, ma ne vale la pena, e non si torna più indietro, non si torna indietro mai, perché ormai la mente si è aperta a nuove lingue e a nuove culture.

Che bisogna prima attraversare tutte le fasi di sconforto prima di risalire, e che quando si risale si può sprofondare di nuovo. E che succede anche a chi non ha mai lasciato il proprio paese, solo che è più difficile da ammettere, perché non c’è la scusa della lingua.

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Forse non ho scelto la via più facile, ma da qualche giorno mi sembra di aver realizzato qualcosa, forse questa via ha scelto me. Non sto parlando di affidarmi al destino, ad un’entità superiore, ma semplicemente, riguardando indietro quello che è successo, come questo blog mi obbliga a fare, mi sembra di vedere una sorta di filo conduttore che mi ha portato a scoprire nuove cose di me.

Un percorso volontario sì, ma che mi ha vista a volte in dubbio, che avevo iniziato per curiosità e che mi ha portata a capire che a volte mi fisso su delle cose, che nonostante tutti i miei sforzi, nonostante faccia di tutto, non succedono. Ma ne succedono altre, inaspettate, più belle, bellissime. E all’inizio non me ne rendo conto, impegnata ancora a desiderate quello che pensavo fosse meglio per me, con la mente altrove.

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E solo quando riesco a concentrarmi sulle nuove cose, quelle che sono successe, capisco che in realtà era quello che volevo, in un altra forma, ma sono esattamente tutto quello che avevo sempre voluto. Ho imparato una nuova parola in tedesco: Schicksal. Vuol dire destino. Probabilmente non esiste, e tutto succede per caso. Ma non fa male prendere la vita con un po’ di leggerezza e pensare: forse era destino, forse era il mio destino.

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