Di ritorni e di partenze e di vite divise a metà

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Un album di foto, un gruppo su Whatsapp. Quel pacchetto spedito per il compleanno, arrivato spiegazzato, stropicciato. Il silenzio in fondo a una chiamata. I secondi fra i saluti e chi premerà per primo il tasto rosso su Skype. Cose alle quali non eravamo abituati, prima che i chilometri si allungassero, che le distanze divenissero sempre più acquose, voluminose, ma allo stesso tempo percorribili.

Un’ora e quindici minuti di aereo, al prezzo di una cena, e si sorpassano le nuvole nel tempo di qualche canzone, qualche pagina di un libro letto con poca attenzione, le parole lasciate scivolare per aria, sempre un po’ più giù, mentre pensiamo già a  chi  ci aspetta a casa. Forse qualcuno ci verrà a prendere all’aeroporto. Magari una cena in famiglia.

C’è la tensione  prima di comprare il biglietto, quella voglia di tornare e di rimanere. Ma quando torni, poi? Ti chiedono. Quando torni a casa? Con un po’ di stordimento, quando di case ormai senti di averne due, non sai nemmeno cosa rispondere.

Trasferirsi all’estero è stato definito come la nuova tappa obbligatoria all’emancipazione, alla crescita. E in effetti, fa crescere davvero, in termini di indipendenza, ma soprattutto in termini di messa a fuoco. Dopo qualche tempo, c’è un nuovo focus, un focus sulle persone e sulle cose davvero importanti nella vita. Il concetto di tempo e spazio si fa sempre più labile, e per la prima volta nella storia, è possibile espatriare e, comunque, mantenere contatti giornalieri con i nostri famigliari e amici. Con i tanti mezzi per comunicare gratuiti, gli amici che spariscono e non si fanno più sentire è semplicemente perchè non vogliono. Perché dal momento che sei uscito dal paese e hai smesso di andare al bar di sempre non esisti più. Ma dopo un primo dispiacere, si capisce semplicemente che gli amici veri erano pochi, e sono quelli che ci sono ancora, che anche se vivono lontani, sai che saranno li per te nei momenti importanti, anche solo con una chiamata.

E infine, a volte non è nemmeno necessario espatriare per accorgersi di tante cose:basta trasferirsi, in un’altra città o un’altra Regione, semplicemente cambiare un po’ vita: all’improvviso è tutto più chiaro. Si  riesce a separare la musica dal rumore delle nostre vite. Ma per ogni beneficio, c’è un effetto collaterale.

Ogni ritorno, ogni partenza, portano stress oltre a gioia, e quella sensazione di un piccolo peso, nel petto o un po’ più giù, forse prima dello stomaco. E’ la sensazione di sapere che in qualunque posto tu sia, qualcuno ti mancherà. Ma forse questo è normale, forse è il prezzo da pagare per avere due vite, in due posti, con due lingue. Forse deriva dal preferire al comfort di una vita sicura l’avventura di una vita in movimento. La noia non fa in tempo ad arrivare, quando hai radici frammentate in posti diversi. Ed è bello partire, e tornare, riscoprire la bellezza di un luogo che non è mai stato davvero tuo, nel senso che non l’hai mai scelto, ma è tuo adesso.

 

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8 Comments

  1. Cara Denise, complimenti per aver tematizzato questo argomento dell’espatrio e di vivere questa sensazione di prima persona e essere un esempio cosi eccellente per altri che sono venuti all’estero. Poi non dimenticarti degli espatriati della seconda generazione come me! Salutissimi

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