My Global Welcome

my global welcome

In uno degli ultimi post che ho scritto, parlavo della solitudine dell’expat, di com’è facile attraversare momenti di disorientamento e di solitudine quando si viaggia molto, ci si sposta spesso o ci si trasferisce in un altro paese. Fortunatamente con internet l’isolamento si può superare, grazie anche a siti e servizi che hanno come scopo quello di creare rete fra viaggiatori e fra expat. Un po’ per caso, sono venuta a conoscenza di My Global Welcome, un progetto che si rivolge ai viaggiatori in generale e ha come scopo quello di creare rete, di facilitare le connessioni tra viaggiatori, di appianare le difficoltà. Ma perchè questo progetto mi ha colpita in particolare? A idearlo e crearlo è stata un’ imprenditrice italo-tedesca, Michaela Reichler Baldini, che si è trasferita in Friuli nel 1996.

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Com’è veramente avere amici da tutto il mondo: la solitudine dell’expat

amici da tutto il mondo

Com’è veramente avere amici da tutto il mondo?

Mi ero appuntata questa domanda sulle note del cellulare, con qualche errore di battitura, dopo due-tre birre bevute con spagnoli, portoghesi, sudamericani e israeliti. Una sera d’estate tiepida, una della poche regalate dal clima tedesco…

L’avevo scritta con una punta di amarezza, perchè, come tutte le cose all’apparenza cool, anche avere amici di ogni nazionalità nasconde un’insidia non trascurabile: prima o poi te ne vai, prima o poi se ne vanno.

Quando si espatria, quando si va a vivere all’estero per qualunque motivo, la solitudine può essere in agguato. Può capitare a tutti:a volte ci si impegna tanto per farsi  una cerchia di amici ma semplicemente non capita.

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Di ritorni e di partenze e di vite divise a metà

 

Un album di foto, un gruppo su Whatsapp. Quel pacchetto spedito per il compleanno, arrivato spiegazzato, stropicciato. Il silenzio in fondo a una chiamata. I secondi fra i saluti e chi premerà per primo il tasto rosso su Skype. Cose alle quali non eravamo abituati, prima che i chilometri si allungassero, che le distanze divenissero sempre più acquose, voluminose, ma allo stesso tempo percorribili.

Un’ora e quindici minuti di aereo, al prezzo di una cena, e si sorpassano le nuvole nel tempo di qualche canzone, qualche pagina di un libro letto con poca attenzione, le parole lasciate scivolare per aria, sempre un po’ più giù, mentre pensiamo già a  chi  ci aspetta a casa. Forse qualcuno ci verrà a prendere all’aeroporto. Magari una cena in famiglia.

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Imparare una lingua straniera: la fase della libertà

la fase della libertà

La fase della libertà

Germania. Sono al parco, stesa a pancia in su, con lo sguardo rivolto alle nuvole che si muovono in cielo. Agli aerei che passano sopra di me, appena decollati o in procinto di atterrare. Chissà. Carichi di passeggeri. Immagino il rumore del motore, il brusio di centinaia di persone che parlano tutte una lingua diversa.

Attorno a me sento suoni incomprensibili, una lingua sconosciuta. Distrattamente penso tedesco, ma forse è turco.

C’è una libertà particolare, una libertà che mi ha colpita da quando vivo in un paese che parla una lingua diversa dalla mia. E’ la libertà di ascoltare voci altrui e perdersi nei propri pensieri, immaginare il significato di parole sconosciute, pensare a quanto certi suoni, certe parole, suonino strane, al mio orecchio abituato ai suoni di una lingua latina. Non mi è mai successo con lo spagnolo, troppo simile all’italiano per non captare almeno qualche parola. Nemmeno con l’inglese, studiato per tanti anni a scuola.

Ma quando sono arrivata in Germania sì. Come nei più accurati stereotipi degli italiani che vanno all’estero, sapevo dire appena poche parole, e mi vergognavo a farlo. Quelle sillabe suonavano disarticolate, le parole goffe e scomposte, così preferivo tacere. Parlare un’altra lingua, ma non quella. Per quanto a lungo quel momento si possa evitare, ad un certo punto le parole escono lo stesso, dopo mesi di ascolto un po’ attento, un po’ distratto, a metà tra l’interessamento e la chiusura verso il nuovo.

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Giovani italiani-Martina, un’italiana dal Sud con un cuore Svedese

Ho conosciuto Martina in Germania, durante una fiera di alimenti. Lavoravamo come interpreti italiano-inglese per uno stand di prodotti tipici calabresi, e fin dal primo momento abbiamo capito di avere molte cose in comune. Entrambe appassionate di comunicazione, di viaggi, con un background di spostamenti e stage non lineare, e impegnate a capirci qualcosa sulle nostre vite un pochino complicate. La sua esperienza è davvero interessante, e dopo tanti caffè e tante chiacchiere mi è venuto in mente di condividere sul blog la sua storia, la storia di tanti giovani italiani, che vivono e lavorano in vari paesi europei, con una breve intervista.

Martina, come tanti giovani italiani vivi all’estero già da qualche anno. Cosa ti ha spinto inizialmente a fare delle esperienze fuori dall’Italia?

Tutto è iniziato nel 2010 quando, dopo la mia laurea triennale, ho capito che volevo realizzare qualcosa di diverso nella mia vita. Avevo voglia di conoscere nuove culture, avevo bisogno di sentire il profumo dell’avventura. Ho deciso quindi di partire da sola per la Nuova Zelanda, è stata un’esperienza illuminante! Dopo questo viaggio ho capito di voler viaggiare, conoscere e scoprire di più. 

Avevo capito che viaggiare mi avrebbe resa ricca, ricca di qualcosa che non potevo spiegare!

Sono partita per la Nuova Zelanda perché in quel momento ero in cerca di una pace interiore e avevo voglia di scoprire nuovi posti e nuove culture.Durante la mia permanenza sono stata ospitata da una famiglia. In una fattoria stupenda, come quelle dei film.Quando potevo andavo alla scoperta di nuove città e nuovi paesaggi. La Nuova Zelanda è il posto adatto per cercare la pace. Sono rimasta molto colpita dalla flora e fauna, spesso durante le passeggiate in spiaggia si potevano vedere pinguini e foche.

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Di storie a distanza e amori internazionali

storie_distanza

Accendi il computer. Aspetti che skype si apra. L’icona blu si vede, skype è in linea, ma lui non c’è. Strano. Controlli whatsapp, è online. Gli scrivi che ci sei. Lui risponde che ha provato a chiamarti, ma non funziona. Tu, ma è impossibile, sei in linea! C’è quel pallino verde! Spegni, riaccendi. Finalmente si sente quella fastidiosa e familiare musichetta, stai chiamando. Urli: mi sentiii? Si ti sento, tu mi sentii? Parlate un po’, cade la linea. Dopo queste premesse fare una chiacchierata rilassata è un’utopia, litigare prevedibile.

Quando per darsi appuntamento bisogna pianificare il tutto con settimane, a volte mesi, di anticipo, possibilmente pianificare un transfer all’aeroporto, salire su un aereo e decollare in terra straniera, parliamo di storia a distanza. E quando dobbiamo fare tutto questo in lingua straniera ecco a voi una “storia a distanza internazionale”, come mi piace chiamarla.

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Quei chilometri che ci dividono

 

Ho scritto tante parole, ne ho cancellate molte di più. Ho cancellato tutte le parole che ho scritto, perché una volta scritte sembravano perdere del loro significato.

Che significato c’è dietro la parola chilometri? A me vengono in mente tutti i chilometri che mi dividono dalle persone care.

Quei chilometri che.

Chilometri che sono inevitabili, che è giusto così, ma a volte è difficile.

Se cresci in provincia, in Italia, soprattutto al nord, sei abituato al fatto che tutti i componenti della tua famiglia vivano al massimo a dieci chilometri di distanza, tutti i tuoi amici anche. E in Italia, diversamente da altri paesi, abbiamo anche l’abitudine di frequentare un’università vicino a casa.

Ma nel mentre il mondo è lentamente, velocemente cambiato. Noi siamo cambiati, e chi non è cambiato forse cambierà. Le persone cambiano, e anche in fretta. Sembra strano, essere fossilizzati per anni e poi all’improvviso diventare fluidi, mobili.

Siamo andati in erasmus, e lo volevamo tanto. Non ci ricordiamo nemmeno perché, ma quando abbiamo visto i nostri nomi in graduatoria la felicità riempiva ogni cosa. Riempiva i mesi a seguire, quelli prima della partenza. Non parlavamo d’altro. E al ritorno continuavamo a non parlare di nient’altro, e ci chiedevamo sconfortati perché i nostri amici che non l’avevano fatto, questo benedetto erasmus, non ci chiedessero più dettagli. Anzi, perchè non ci andassero loro stessi?

Parlavamo sempre di “andare in erasmus” come se significasse andare in un posto, fare qualcosa di specifico. In realtà questo mitico erasmus, oltre all’ossessione di milioni di studenti, altro non è che una borsa di studio, anche abbastanza misera alla fine.

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Eppure a noi sembrava di aver vinto la lotteria. Non ci importava di dividere la cucina con dodici persone, di dormire con il materasso per terra, di condividere un’appartamento con altri sei studenti.

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Volevo vivere all’estero?

Oggi stavo riflettendo riguardo una scelta che in molti aspetti mi ha davvero cambiato la vita, quella di vivere all’estero. Non è una scelta univoca o definitiva. Non so nemmeno se sia una scelta vera e propria. Si tratta semplicemente di una circostanza che può cambiare in futuro, ma che da e toglie tantissimo.

Non ho mai creduto che una persona possa avere una sola personalità, un solo carattere, un solo scopo nella vita. Tutti abbiamo diverse personalità, diversi caratteri, diverse ambizioni, che cambiano durante l’arco delle nostre esistenze, ma non solo, anche in base al luogo in cui ci troviamo e alle situazioni che viviamo.

Uno scopo, o un sogno, possono anche cambiare velocemente, prima ancora che noi stessi ce ne rendiamo conto. E spesso non sappiamo perché.  Ma la cosa più divertente è che a volte non sappiamo perché inseguiamo un certo tipo di sogno, o abbiamo quello scopo particolare invece che un altro.

Spesso non sappiamo perché siamo noi stessi e perché ci piaccia fare qualcosa…dico spesso perché forse qualcuno super sicuro di se stesso, che non sperimenta mai un momento di debolezza o un ripensamento esiste! E buon per lui!

Ma per la maggior parte di noi la vita incalza a volte a ritmi serrati, a volte con una lentezza esasperante, alternando momenti in cui lottiamo per inseguire i nostri sogni, e altri in cui ci fermiamo a chiederci perché lo stiamo facendo.

Ci sono momenti di riflessione e di indecisione, quando pianifichiamo e ci interroghiamo sul futuro, e poi puff! Il futuro è già presente e noi possiamo aver scelto qualcosa oppure no.

 

 

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