Un nuovo look per My Social Travel

Forse avrete notato che è cambiato l’header, il logo, l’immagine o come la preferiamo chiamare. Questo piccolo spazio sul web sta crescendo, e da tempo desideravo cambiargli look, con qualcosa di più originale e rappresentativo, creato da qualcuno che sapesse disegnare veramente. Dopo tanti tentativi, finalmente è nata questa illustrazione che ha creato Ana, una bravissima grafica spagnola.

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Una famiglia internazionale italo-tedesca

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Tante lettrici del mio blog, e anche conoscenti, mi hanno chiesto spesso in che lingua parlo con il mio ragazzo. Ne avevo già parlato in questo post, ma in realtà è un processo in continua evoluzione, ad esempio ultimamente parliamo in tedesco e italiano, un mese fa solo in inglese perché anche solo sentire una parola in tedesco mi dava noia. Molta noia. Fasi dell’apprendimento linguistico, dicono. 

Comunque, oltre al fidanzato, c’è un intera famiglia dietro, che bisogna imparare a conoscere e a capire, e nel mio caso sono stata più che fortunata. Oggi vi racconto la mia esperienza con la famiglia del mio ragazzo, che è stata più che positiva fin dall’inizio, e anche divertente!

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Di coppie miste e di lingue inventate

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Di dove siete? Ci fanno spesso questa domanda, sentendoci parlare in un inglese italo tedesco. Spesso mi chiedono: In che lingua parlate? A volte dico: Ah, per il momento inglese. Oppure: Stiamo provando con l’italiano e il tedesco. In aramaico. La verità è che parliamo una lingua che stiamo inventando con il tempo e a forza di doverci capire, e che siamo diventati campioni di definizioni girando attorno alle parole utilissime quando si comunica in inglese, e in quel momento non ci si ricorda (o non si è mai saputo) come si dice cacciavite, padella antiaderente, spremi agrumi, o una qualsiasi di quelle cose che usiamo tutti i giorni. Quei vocaboli che in otto anni di inglese a scuola, più altri corsi all’università, non viene in mente a nessuno mai, nemmeno per scherzo, di nominare, perché si sa, l’inglese si studia a scuola, ma mica per poi metterlo veramente in pratica!

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Il dilemma del posto perfetto dove vivere

La città migliore, più grande, più bella delle altre, con tanta vita e cose da fare. E il tempo, non vogliamo certo vivere in una città grigia e piena di smog, dove piove e fa freddo tutto l’anno. E la natura, non guasterebbe il mare, magari un mare bello. E perché no, anche la montagna, per andare a sciare nei week end d’inverno? E il lavoro…deve esserci tanta offerta di lavoro, ben pagato. Però non deve essere cara: prezzi abbordabili. Non dimentichiamoci che deve avere un centro storico delizioso, buoni collegamenti all’aeroporto, a misura d’uomo. Altro aspetto importantissimo: le persone solari, che sorridono quando camminano per strada invece che procedere cupe e freddolose come a Milano, come a Londra. 

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Attacchi di panico: la mia esperienza all’estero

Tornare “da turista” nella città del mio erasmus è stata un’esperienza strana. Avevo voglia di tornare a Valencia, ma anche paura. Questa città, che ha fatto da sfondo a tante avventure e cambiamenti nella mia vita, aveva assunto nei miei ricordi quasi le caratteristiche di un non-luogo, una sorta di aeroporto, in cui sono tornata varie volte, dove ho vissuto le stesse esperienze, ma sempre con persone diverse, di passaggio. E di passaggio, sono sempre stata anche io.

Quel club in Ruzafa, dove sono stata anni fa con gli amici di quei tempi, e dove sono tornata poi, con altre persone, dove abbiamo ballato le stesse canzoni di tre anni fa. Cosa è cambiato? Io.

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La doppia vita dell’expat

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Ogni volta che torno o parto, sono felice e triste insieme. Penso a periodi corti e a volte i pensieri si incantano. Una frase si ripete, più volte, finché non decido di ripercorrerla un’ultima volta e poi metterla a tacere. Inizio a scrivere questo post dall’aeroporto Marco Polo, che mi ha vista partire e tornare tante volte negli ultimi mesi. Ogni volta che sorvolo la laguna veneziana, mentre l’aereo sta per atterrare, mi sembra sempre un po’ più bella. I colori più vividi. Una volta, a dicembre, sono atterrata con la nebbia. Il personale di cabina aveva annunciato l’atterraggio già da venti minuti, ma guardando fuori dal finestrino sembrava di essere immersi in una nuvola. Ho detto al mio ragazzo :” Stiamo atterrando!” E lui: “No, siamo ancora in mezzo alle nuvole!”. Mentre parlava, siamo atterrati. E poi la nebbia non ci ha più abbandonati per tutte le vacanze di Natale. Ma anche la nebbia hai suoi colori, soprattutto quando profuma di nostalgia.

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Quando è la tua migliore amica che parte

Tutti hanno degli amici, ma non tutti hanno un’amica, che da sempre è a disposizione 24 ore su 24, ad ascoltare ogni minimo dubbio e manfrina che hai bisogno di raccontare.

Quest’amica, che non solo conosci, ma vedi fisicamente tutti i giorni dai tempi dell’asilo (parliamo quindi di circa 23 anni V E N T I T R E di relazione).

Lei dice che all’asilo non voleva esserti amica, ma tu le stavi appresso in continuazione con richieste di gioco (sì, sono sempre stata testarda). E dopo un po’ di corteggiamento (questa è la sua versione, secondo me le cose non sono andate così!) diventate amiche inseparabili. In classe insieme dall’asilo all’università.

Alle elementari c’erano le chiamate con il telefono di casa, per fare i compiti per casa in diretta. Alle medie, i diari segreti scambiati, le litigate stupide, ancora il telefono di casa, le domeniche pomeriggio in piscina, sempre in acqua, i primi sms.

Quando separarci 15 giorni per le vacanze estive sembrava un addio per sempre, e al ritorno ci voleva un racconto dettagliato di tutto quello che era successo (ma come, ti sei comprata un braccialetto in spiaggia senza dirmi nulla?).

Quando si è improvvisata becchina, seppellendo la tua tartaruga morta mentre tu le celebravi il funerale.

Al liceo, su messenger a scarabocchiare scritte, pioniere dei messaggi vocali via mms per scambiarci le versioni tradotte di latino. Rivederci tre ore dopo scuola per andare a nuoto e aggiornarci sugli strabilianti avvenimenti avvenuti durante il pomeriggio.

I libri prestati, lo spritz dopo la maturità. Non riuscivamo quasi mai a farci regali decenti, ma ci abbiamo sempre provato.

Non è mai successo di non vederci/sentirci per più di un giorno. 

PEGGIO DI UN MATRIMONIO 🙂

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My Global Welcome

my global welcome

In uno degli ultimi post che ho scritto, parlavo della solitudine dell’expat, di com’è facile attraversare momenti di disorientamento e di solitudine quando si viaggia molto, ci si sposta spesso o ci si trasferisce in un altro paese. Fortunatamente con internet l’isolamento si può superare, grazie anche a siti e servizi che hanno come scopo quello di creare rete fra viaggiatori e fra expat. Un po’ per caso, sono venuta a conoscenza di My Global Welcome, un progetto che si rivolge ai viaggiatori in generale e ha come scopo quello di creare rete, di facilitare le connessioni tra viaggiatori, di appianare le difficoltà. Ma perchè questo progetto mi ha colpita in particolare? A idearlo e crearlo è stata un’ imprenditrice italo-tedesca, Michaela Reichler Baldini, che si è trasferita in Friuli nel 1996.

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Com’è veramente avere amici da tutto il mondo: la solitudine dell’expat

amici da tutto il mondo

Com’è veramente avere amici da tutto il mondo?

Mi ero appuntata questa domanda sulle note del cellulare, con qualche errore di battitura, dopo due-tre birre bevute con spagnoli, portoghesi, sudamericani e israeliti. Una sera d’estate tiepida, una della poche regalate dal clima tedesco…

L’avevo scritta con una punta di amarezza, perchè, come tutte le cose all’apparenza cool, anche avere amici di ogni nazionalità nasconde un’insidia non trascurabile: prima o poi te ne vai, prima o poi se ne vanno.

Quando si espatria, quando si va a vivere all’estero per qualunque motivo, la solitudine può essere in agguato. Può capitare a tutti:a volte ci si impegna tanto per farsi  una cerchia di amici ma semplicemente non capita.

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Di ritorni e di partenze e di vite divise a metà

 

Un album di foto, un gruppo su Whatsapp. Quel pacchetto spedito per il compleanno, arrivato spiegazzato, stropicciato. Il silenzio in fondo a una chiamata. I secondi fra i saluti e chi premerà per primo il tasto rosso su Skype. Cose alle quali non eravamo abituati, prima che i chilometri si allungassero, che le distanze divenissero sempre più acquose, voluminose, ma allo stesso tempo percorribili.

Un’ora e quindici minuti di aereo, al prezzo di una cena, e si sorpassano le nuvole nel tempo di qualche canzone, qualche pagina di un libro letto con poca attenzione, le parole lasciate scivolare per aria, sempre un po’ più giù, mentre pensiamo già a  chi  ci aspetta a casa. Forse qualcuno ci verrà a prendere all’aeroporto. Magari una cena in famiglia.

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